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| Entre Vues : Frank Horvat - Edouard Boubat | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Frank Horvat : Avrei voluto intitolare questo libro: "L'arte di non non premere il bottone". Ma mi hanno dissuaso, pare che una negazione non sia commerciale, che si venda male. Eppure il negativo mi sembra appropriato alla fotografia! Tu dirai: "E perché non il positivo?" Lo so, tu sei positivo: ami la gente, i viaggi, la vita, ami dire che li ami - e le tue foto riflettono questa tua disposizione. Anch'io sono positivo, a mio modo, ma funziono un po' diversamente. A me piace definire le cose attraverso ciò che non sono. Rilke, in una delle "Elegie", dice che conosciamo il sentimento solo dal suo contorno, dal limite che lo separa da ciò che non è. Io credo che la fotografia sarebbe compresa meglio se qualcuno riuscisse a dire ciò che non è, se uno di noi potesse definire quello che rifiuta. Del resto "definire" vuol dire proprio questo: "tracciare il limite". Edouard Boubat : Fai bene a parlare di queste cose. Per me la fotografia è una ricerca, o un pellegrinaggio, o una caccia. Mi interessano anche la pittura e la musica, ma è la fotografia che mi ha permesso di esprimermi. Se avessi diciott'anni, magari praticherei il disegno, se ne avessi quattro, farei bene a dedicarmi alla musica. Ma se ne avessi settantacinque, continuerei a fotografare. Frank Horvat : Tu parli di caccia, Doisneau parla di pesca - e nel suo caso è particolarmente giusto -, ma si potrebbe anche paragonare la fotografia alla scultura. Voglio dire alla scultura in marmo o in legno, in cui la forma non deriva da quello che lo scultore mette, ma da quello che toglie: un procedimento in negativo, in qualche modo. Edouard Boubat : Sì, in ogni fotografia c'è sempre qualcosa di troppo, tranne quand'è riuscita. Per parlare del mio lavoro, visto che siamo qui per questo: credo che, fin dall'inizio, sono riuscito a fare delle foto in cui c'era solo quello che ci doveva essere. Come la bambina con le foglie morte, in cui non c'è niente, tutto è sfocato - era dopo la guerra - c'è solo questa bambina. Clic. O l'uomo con il bimbo in braccio, in riva al mare. Niente di troppo, solo lui. Clic.
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Frank Horvat : Sì, siamo qui per parlare del tuo lavoro, ma anche per cercare di definire la fotografia - o, quanto meno, per tentare di precisarne l'idea. Edouard Boubat : Eppure sappiamo benissimo che esistono diversi tipi di fotografia, come esistono diversi tipi di musica. Frank Horvat : Certo. Si potrebbe perfino dire che ogni fotografo importante ne inventa uno nuovo. Ogni grande artista estende il territorio della propria arte. Picasso ha dipinto dei quadri che, prima di lui, non sarebbero stati considerati pittura. Edouard Boubat : Benché, d'altra parte e allo stesso tempo, il territorio si restringe. Le foto che Robert Frank, Eugene Smith, Cartier-Bresson hanno fatto trent'anni fa, non potrebbero rifarle oggi. O Doisneau: la sua Parigi non esiste più, non ritroverebbe più l'atmosfera degli anni Cinquanta. Mi hanno raccontato che lo stesso tennista, fotografato a New York, a Berlino, a Parigi, non "dà" la stessa foto, perché l'atmosfera è diversa. L'atmosfera non è nulla e allo stesso tempo è molto. Ce ne rendiamo conto guardando un vecchio film. Ed è una cosa che la fotografia può cogliere, a volte anche senza volerlo. Frank Horvat : Vorrei tornare al tema del rifiuto. Quando tu dici "ricerca", vuoi dire viaggio, passeggiata, esplorazione. Ma vuoi anche dire rifiuto: cioè l'atto di decidere che non era quello il luogo che cercavi, non quello il momento, non quello il punto di vista, non quella l'immagine da scegliere sul provino, non quello il modo di stamparla. È questa serie di rifiuti che delimita la tua opera, come una scultura prende forma man mano che il marmo viene tolto. Edouard Boubat : Ti seguo perfettamente. Milioni di foto inutili vengono scattate ogni giorno. Le persone si mettono davanti alle Piramidi d'Egitto e le fotografano, mentre potrebbero comprare, per quattro soldi, delle cartoline postali sulle quali le Piramidi si vedono molto meglio. Frank Horvat : E dacchè dispongono di apparecchi sempre più perfezionati, con più motori, più zoom e più automatismi, scattano sempre più facilmente, come per dire: "intanto fotografiamo e poi guarderemo". C'era quel fotografo americano, Winogrand, che diceva: "Io fotografo per vedere di cosa avrà l'aria il soggetto nelle mie foto." Una frase che mi ha sempre irritato, benché, riflettendoci, alla fine ho capito cosa voleva dire. Ma torno alla mia domanda: diresti anche tu che fotografare implica rifiutare? Sai quello che rifiuti? Sapresti definirlo? Edouard Boubat : Quello che so, è che uno non può fare più di due o tre buone foto all'anno. Ma ci sono dei momenti benedetti. Mi ricordo di una superba mattina, in Brasile. Arrivo davanti a un vecchio circo e capisco subito che devo fotografare, che la cosa m'è offerta. Durante il resto del viaggio, ho scattato altre foto, ma senza veramente crederci. Non valeva neanche la pena di far sviluppare i rullini, sapevo già che non le avrei stampate. Ci sono giorni in cui si gira e non se ne scatta una sola, nulla è al posto giusto. Dunque rifiuto. Ma in altri le foto mi sono offerte, come un dono. Arrivo in un villaggio, faccio un giro e so che tutto è per me. Clic. È la storia del dono magico, di cui si parla in certe dottrine, quella dei sufi per esempio, ma anche in alcune tradizioni nostre. Ma per poterlo ricevere, questo dono, bisogna essere preparati. Se al momento giusto sarò presente, e se avrò con me il mio apparecchio, clic, non avrò che da raccoglierlo. Frank Horvat : Tu sai che questi doni possono esserti offerti, anche se non sempre nel momento in cui li vorresti, e non necessariamente in funzione del tuo lavoro o dei tuoi meriti - se no non li chiameresti doni. Ciò nondimeno sono destinati a te personalmente, e dunque, in un certo senso, dipendono da te. Ci sono forse degli atti o dei gesti che fai, o che eviti di fare, per metterti in una situazione propizia? Dei gesti magici, per così dire. Sapresti definire questi gesti, o almeno indicarli? Edouard Boubat : Sai, in fotografia usiamo parole meravigliose: "apertura", per esempio. C'è quella del diaframma, che è un aggeggio meccanico, ma c'è anche la nostra propria apertura. Prendi questa foto dell'uomo in riva al mare. Era il mio primo viaggio in Portogallo, mi sembra fosse nel 1956. In quegli anni viaggiare era meraviglioso, c'erano pochissimi turisti. Avevamo fatto due o tre giorni di strada, siamo arrivati all'hotel in riva al mare, Sophie era un po' stanca, le dico: "vado a vedere la spiaggia", prendo con me solo la mia piccola Leica di allora, e quest'uomo è là, clic. Ero arrivato da appena mezz'ora, e lui mi aspettava, col suo bambino, ed io ho fatto la mia prima foto del Portogallo, una foto che resterà. Avevo fatto molta strada, avevo sognato il Portogallo, dunque anch'io lo aspettavo, c'era un'attesa reciproca. In fin dei conti una foto è come un bacio rubato: ogni bacio è rubato, anche se la ragazza è d'accordo. Così ogni foto è rubata, ma anche un po' d'accordo.
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Frank Horvat : Capisco. Ma voglio ancora battere sullo stesso chiodo, ponendoti la domanda per un altro verso: quando lo hai ottenuto, il tuo bacio, non è un po' come se ti scaricassi? Come se ci volesse un po' di tempo prima che tu ne ottenga un altro? Edouard Boubat : C'è quello che chiamano "le coup de foudre", è un'espressione stupenda, intraducibile. Quando sono arrivato in Cina per la prima volta - avevamo viaggiato in treno, Sophie ed io -, il treno arriva a Pechino, clic, scendiamo e lasciamo la stazione, non c'erano taxi ma l'hotel era vicino, dieci minuti a piedi: io, in un quarto d'ora, ho visto tutta la Cina. Questo non vuol dire che non potrei tornarci dieci volte e vederla ogni volta in modo diverso, ma dai primi momenti io ho visto tutto, percepito tutto. All'arrivo in India, a Calcutta per esempio, lungo la strada dall'aereoporto all'hotel, vedi tutta l'India. E l'hotel a Calcutta, con quel tipo con un gran bastone che colpisce i mendicanti che cercano d'entrare, e tutta quella gente stesa per terra - tutta l'India. O New York. Tra l'aereoporto Kennedy e Manhattan vedi tutta l'America, ne senti l'odore. Per i ritratti è lo stesso. Spesso preferisco i primi scatti. In fotografia c'è sempre uno slancio che va più in là che l'approccio intellettuale. Clic. "Le coup de foudre" è una sorta di folgorazione. Ma ho inteso la tua domanda: questo può ripetersi? A volte sì, malgrado tutto. Frank Horvat : Ma non ti sembra che quando si produce, questo bacio, ci sia qualcosa che si esaurisce, come se ci fosse bisogno di tempo per ricaricare le batterie? Edouard Boubat : Assolutamente. Questo slancio, questo "coup de foudre", lo si coglie ogni tanto, a condizione di saper rifiutare altre cose, delle quali si sa che non saranno all'altezza. Frank Horvat : E nei giorni seguenti, a Calcutta, tu cercavi di ritrovare le sensazioni di quel primo quarto d'ora? Edouard Boubat : C'ero andato per fare un reportage sulla vita d'un uomo che vive in strada. Come sai, laggiù un terzo della popolazione vive in strada ed io ero andato là per fotografare questo. Ricordo benissimo quei mattini, è un'altra cosa di cui mi piacerebbe parlarti, anche se non risponde esattamente alla tua domanda. Ma lo faccio apposta, per farti un po' dispetto! Vorrei parlare dei mattini, clic. Ricordo le persone ancora coricate, sembravano sudari, e in effetti c'erano anche dei veri sudari, con dei morti veri sotto. I mattini con quella luce favolosa - ho sempre amato la luce del mattino. O i mattini a New York, non ci siamo mai stati insieme, ma sicuramente abbiamo vissuto la stessa cosa: si va a fare colazione, il cielo è blu e l'uomo che ti serve, quando vai via, ti dice "Take care". È proprio una cosa meravigliosa. O quel risveglio all'alba in un villaggio indiano: ero stato accolto bene, mi avevano detto: "Coricati là" ed io avevo veramente dormito per terra, non c'era altro. Mi sono alzato molto presto - quando si dorme per terra ci si alza presto - e ho fatto questa foto del villaggio, con questi polli, questa vacca, in questa luce piena di foschia. E là, per tornare alla tua domanda, non avevo nulla da rifiutare, la foto era là. Clic. Ne ho fatte solo due o tre, non valeva la pena di scattarne cinquanta. Nei momenti in cui non c'è nulla da rifiutare, non c'è bisogno di scattare dieci rullini, la foto è davanti a te. Clic.
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Frank Horvat : Sì, il risveglio è un momento essenziale. Se dovessi descriverti a qualcuno che non sa nulla di te, gli direi: "Boubat guarda il mondo come se ci fosse appena sbarcato, come se i suoi occhi si fossero appena aperti". Forse la tua ricerca, anzitutto, è quella di questi momenti in cui i tuoi occhi si aprono. Come diceva Goethe in una frase che tu citi spesso: "La cosa più difficile è quella che sembra la più facile: vedere davvero quello che si trova davanti ai nostri occhi". L'atto magico sarebbe dunque il saper ritrovare lo stato del risveglio. Edouard Boubat : Ogni istante deve essere vissuto come imprevedibile. Io ho avuto la fortuna di conoscere Eugene Smith, che secondo me è stato uno dei più grandi fotografi. L'ho incontrato nel 1950, e già in quel periodo aveva molte difficoltà con Life, perché gli dicevano sempre - a lui, il migliore - "Va' a fotografare questo, a fare quest'altro..." E lui, che era sensibilissimo, se ne disperava, perché sapeva bene che non si poteva prevedere quello che si sarebbe trovato. Mi ricordo anche di un tipo, in Africa, che camminava dietro di me - o davanti a me, non so più- in una specie di foresta, e che mi ha detto: "il problema non è guardare, ma vedere". Non ho capito subito cosa intendesse, ma ci ripenso ogni tanto. Forse che non bisogna occuparsi troppo dei dettagli, ma cogliere l'insieme. In quegli istanti benedetti, di cui abbiamo parlato, io non vedo nulla, sono come preso da un insieme. Certo, vedo abbastanza per inquadrare la foto, clic. Ma quando guardo un volto non mi occupo dei dettagli, non so se il tipo ha dei brufoli. Sono preso da un insieme che mi porta con sè - ed è questo lo stato del risveglio. Frank Horvat : Mi hanno detto che mi manca il senso dell'osservazione. È mia moglie che l'ha notato e che lo trova strano per un fotografo. Forse perché percepisco l'insieme più che i dettagli? Edouard Boubat : È proprio di questo che parlava quell'africano. D'altra parte Goethe, che hai citato, diceva anche che bisognerebbe vedere allo stesso tempo l'insieme e i dettagli. A me sembra straordinario che si possano vedere entrambi, mi fa pensare a certi dipinti in cui il primo piano e lo sfondo formano un insieme. Penso a Bonnard, ma anche a certi pittori del Rinascimento: tutto si fonde, ma allo stesso tempo ogni particolare mantiene la sua importanza. Però credo che "le coup de foudre" venga dall'insieme. D'altra parte - ed è per questo che la fotografia è così divertente - se tu guardi una qualsiasi foto su un giornale, diciamo della regina d'Inghilterra, forse quello che ti sembrerà più importante non sarà la regina, ma un piccolo dettaglio in più, magari un cavallo che non doveva trovarsi lì, un particolare da niente. Che lo voglia o no, il fotografo rivela cose che magari lui stesso, in quel momento, non aveva percepito, ma che per noi caratterizzano un paese o un'epoca. Una foto può contenere diecimila informazioni in più di quelle che il fotografo ci voleva mettere. Lui crede di mostrare solo la piccola parte emergente dell'iceberg, ma la sua fotografia può rivelare anche quello che sta sotto. Frank Horvat : Vorrei chiederti dei tuoi segreti. So che spesso ti hanno proposto di insegnare in scuole di fotografia e che hai sempre rifiutato, dicendo che il mestiere di fotoreporter non si insegna. Ma se qualcuno ti ponesse delle domande serie, non "quale apparecchio, quale obiettivo, quale diaframma?" ma: "Signor Boubat, qual è la sua ricetta per ottenere questi doni?", avresti delle risposte? Ci sono cose che mangi, o che non mangi, che fai prima di addormentarti, o che non fai, dei pensieri sui quali ti concentri o altri pensieri che eviti? Come quel californiano, Minor White, che raccomandava un tempo di meditazione prima di prendere in mano la macchina fotografica. Questo mi ha sempre fatto sorridere, non è il mio genere. Eppure mi dico che non aveva del tutto torto. Ma tu ne hai di segreti? Edouard Boubat : Anch'io sono un po' come te: quando mi interesso di musica, o di quelle storie spirituali, mi piacerebbe carpirne il segreto. Solo che non ci sono istruzioni per l'uso, ognuno deve farcela con quello che ha. Ed ognuno è diverso, e più o meno capace. La mia sola ricetta è "le coup de foudre", la visione globale. Forse perché ci vedo poco, un po' come te. A volte, quando sono invitato in una casa, non riconosco le persone, al punto da sembrare maleducato... O magari, per rispondere altrimenti alla tua domanda, potrei raccontarti una storiella che di nuovo ti sembrerà fuori tema, ma che trovo interessante. Uno dei miei primi reportages per "Réalités" è stato sull'"Hospice de Beaune", che ho avuto la fortuna di vedere ancora in attività. Quest'ospizio è stata costruito da un uomo corrotto, che all'epoca aveva avuto tre o quattro mogli, e vari figli di qua e di là, e a cui il suo vescovo aveva detto: "Per riscattarti, devi costruire qualcosa." Allora lui ha fatto costruire quest'ospizio, in cui tutto è bello, non solo l'architettura, ma perfino i bicchieri da cui si beve. E ha fatto venire un pittore fiammingo - allora non c'erano fotografi - per fargli dipingere un trittico, che si può ammirare ancor oggi, ma che non è solo un oggetto per gli occhi. All'epoca lo aprivano periodicamente, credo una volta la settimana, e i malati venivano e solo a guardarlo erano già per metà guariti. Per me una foto dovrebbe essere un po' così, vorrei che chi la guarda si senta un po' diverso. Forse "guarire" è un termine eccessivo, ma perché no? Borges ha scritto: "Chi legge Shakespeare è Shakespeare." Quando ascolti Mozart, sei Mozart. Ricordo alcune lettere di Mozart, dove diceva: "Gli unici momenti tollerabili della mia vita sono quando compongo." Era pieno di debiti, non aveva da mangiare, ma al momento di comporre trascendeva Mozart, era in uno stato diverso. Il mio segreto, se vuoi, sarebbe questo. Frank Horvat : È un po' come quando mi dicono: "Da quando ho visto le tue foto degli alberi, non li guardo più nello stesso modo." Edouard Boubat : Ed è proprio per questo che le hai fatte. Ma c'è un'altra cosa che vorrei dire: per me, il momento più bello è lo scatto. Quando io fotografo un volto o un paesaggio, Boubat non esiste più. È questo il segreto: niente più Boubat, niente più villaggio indiano, in quel momento brevissimo facciamo parte di un tutto, nulla ci separa dalla persona o dal paesaggio davanti a noi. È per questo che non noto i dettagli: non c'è più nulla, non vedo nulla, pur continuando a vedere, visto che son capace di inquadrare e che so che se mi sposto un po' in qua, o un po' in là, la foto è persa. Eppure, in quel momento benedetto, non c'è più Boubat, non c'è più nulla. Frank Horvat : Ma perché, per la foto del pollo e dell'albero, hai scelto proprio quella, piuttosto che le altre trentacinque del provino? Edouard Boubat : Appunto: non ce n'erano altre trentacinque. Questa foto ha una storia. Grazie a Eugene Smith ero stato mandato nel sud della Francia - a quel tempo non avevo un soldo - per fare un reportage sul mais. Lavoravo con una Rollei - e nella Rollei, se ti ricordi, c'erano dodici scatti. Avevo finito il reportage, dovevo prendere il treno alle sei di sera, erano le quattro e mi restava un'ultima foto nell'apparecchio. Passo davanti al cortile di una fattoria, vedo il mio albero col pollo e faccio la foto, clic. Era solo per finire il rullino. Di questa foto del pollo e dell'albero ce n'è solo una, la foto n° 12.
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Frank Horvat : E da dove viene la differenza tra questa foto e tutte le altre che hai fatto durante quel viaggio? Edouard Boubat : Penso che le fotografie che amiamo siano state fatte quando il fotografo ha saputo fare un passo indietro. Se ci fosse un' "istruzione per l'uso", sarebbe sicuramente questa. È quando Lartigue, Doisneau, Cartier-Bresson hanno saputo meglio ritrarsi, che le loro foto sono diventate più Lartigue, più Doisneau, più Cartier-Bresson. Ma per fare un passo indietro ci vuol coraggio, perché tutto, alla nostra epoca, ci incita nel senso opposto, tutto quello che vediamo, quello che i media ci fanno credere. Oggi i fotografi cominciano con delle idee, e le loro foto diventano l'espressione di un'idea. A mio avviso una foto deve essere estranea all'idea, andare al di là dell'idea. Frank Horvat : Tu dici "fare un passo indietro", ed è giustissimo. Ma per me c'è un'altra parola-chiave: "affrontare". Per me, fare una foto è affrontare. Gli istanti-dono che mi sono stati concessi sono stati quelli in cui, in un modo o nell'altro, ho dovuto affrontare. A volte lo dico ai giovani che mi mostrano foto con composizioni di ombre sui muri o di manifesti stracciati, più o meno elaborate in laboratorio. "Certo che non è male", gli dico, "ma non avete affrontato nulla". Io, prima di ogni foto importante, ho la tremarella. E adesso ancor più che quand'ero giovane. Eppure lavoro con una luce che conosco bene, nel mio studio costruito su misura, con assistenti, stilisti, truccatori, parrucchieri che mi aiutano. Prima di ogni seduta faccio delle prove, quando mi sembra utile faccio quindici rullini su un soggetto - eppure ho la tremarella. Edouard Boubat : La tremarella di che? È raro che tu faccia errori tecnici! Frank Horvat : La paura di affrontare, di non essere all'altezza del momento decisivo. La tremarella che può avere un attore prima di ogni rappresentazione, anche se è la centesima volta che recita quella parte. Edouard Boubat : Peraltro, quando dico che "faccio un passo indietro", voglio dire che mi faccio da parte per lasciar venir fuori qualcosa di più che Boubat. Ecco cosa si deve comprendere! Perché non bisogna ridurre Boubat a Boubat, è questo che tanta gente non capisce! C'è un'altra frase bellissima di Borges: "È un ben misero lo scrittore quello che mette nei suoi romanzi solo quello che vuol metterci." In ogni foto ci sono diecimila cose in più di quelle che ci vogliamo mettere. È questa l'atmosfera. Ritirarsi è un atto d'umiltà, ma è anche una strategia vantaggiosa, direi quasi scaltra. Ecco! Se non sono capace di fare un passo indietro, mostrerò solo questo povero Boubat, solo questo povero Horvat. E mica vogliamo ridurci ad essere solo un Boubat o un Horvat o un Eugene Smith o un chiunque altro! Frank Horvat : Ma tu non l'hai mai la tremarella? Non fai mai errori? È interessante parlare dei nostri errori, è un po' come parlare dei rifiuti. Edouard Boubat : Non so se si possono chiamare errori. A volte mi capita di invidiare i pittori. È meraviglioso poter restare una mattina intera, o anche di più, davanti ad un mazzo di fiori. Un fotografo è un po' come una nuvola, spinto dappertutto, sempre in balìa del mondo esterno. È questo che a volte sento come una sofferenza, un errore. Preferirei che le cose dipendessero più da me. Pur sapendo che questa dipendenza è anche la mia opportunità. Frank Horvat : Édouard, sei come una biscia, sgusci via ogni volta che provo a trattenerti su un soggetto. Edouard Boubat : Dici che sfuggo: ma stiamo parlando di cose difficili da circoscrivere. C'è un altro piccolo dramma, che noi tutti subiamo e che viene dal fatto di usare apparecchi 24x36. Atget scattava solo una o due lastre, e ogni volta veniva fuori una foto di Atget. Ecco uno che sapeva fare un passo indietro. Noi invece, con queste macchinette 24x36, ne scattiamo troppe. Se fossimo davvero capaci, ne scatteremmo solo tre o quattro. Dell'albero e del pollo ne ho scattata una, della bambina con le foglie morte una, di Leila sul battello una. Il soggetto si consuma. Adesso la stessa Parigi è consumata. Il giardino del Luxembourg è consumato, ci sono troppi apparecchi fotografici. Ma vorrei tornare a quella che mi sembra la cosa più importante, la ricerca. Noi vediamo le sofferenze del mondo, la povera gente, i meno poveri, e siamo là, con la lingua di fuori, ansiosi di sapere cosa c'è dietro. Forse è per questo che fotografi si mantengono giovani - come Kertesz o Brassaï o Lartigue. L'altro giorno ho visto Cartier-Bresson, sembrava un ragazzo, a fotografare in piedi per un'ora. Il fotografo, in fin dei conti, è uno che non ha trovato, ma che fino all'ultimo momento spera di trovare. È questo che lo stimola, che lo tiene sotto tensione. Mi hai chiesto che farò questo pomeriggio. Andrò al laboratorio, non ho nessuna foto da fare, ma comunque attraverserò la Senna a piedi. Porterò con me la mia piccola Leica d'amatore, non è una vera macchina fotografica, ma forse scatterò una foto. Ho un appuntamento con l'imprevisto, mi spiego? I fotografi restano giovani perché, fino alla fine, vorrebbero riuscire a fare un'ultima buona foto. Frank Horvat : È vero che i soggetti si consumano. Gli alberi che fotografo si consumano, non posso tornare troppo spesso a fotografare gli stessi. Il tuo mazzo di fiori si consuma sotto il tuo sguardo. O piuttosto: il tuo sguardo di consuma sul mazzo di fiori. Il tuo risveglio si consuma. Edouard Boubat : Assolutamente. C'è un'altra parola che non abbiamo ancora impiegato: vergine. È una parola bellissima, anche se oggi ne ridiamo. Ma è molto importante. Per fare una foto, bisogna che la pellicola sia vergine, ma anche l'occhio deve esserlo. Dicono "Ingenuo. Boubat è un ingenuo." Io non sono più ingenuo di chiunque altro, quando si è stati in Africa o in America del Sud o in India, dove ci sono centinaia di migliaia di lebbrosi, non si resta ingenui. Una volta, mi son trovato in un villaggio in Africa, dove tutti mi stringevano la mano - e ogni tanto mi accorgevo che mancavano dita. E il povero Boubat faceva finta di non rendersi conto. Perché li ha visti, gli esseri umani, la difficoltà che hanno solo per tenersi in piedi, le sofferenze che sopportano per una ciotola di riso. No, non sono ingenuo. D'altra parte ci vuole una certa ingenuità per mantenere uno sguardo fresco, ed io questa ingenuità ce l'ho. Dicono: "Oh! Il buon Boubat, il caro Boubat, che belle foto sa fare!" Ma la mia intenzione non è quella di fare delle belle foto, anche se a volte mi piace mostrare mazzi di fiori. Ma che vuol dire, mostrare un mazzo di fiori? Vuol dire essere cosciente che, dietro, c'è tutta la miseria del mondo. Forse il fotografo, attraverso quel mazzo di fiori, ci parlerà d'altro.
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| Paris, luglio 1986 | ||||
| Traduzione italiana di Giancarlo
Biscardi, Luglio 2003, Palermo http://www.giancarlobiscardi.it |
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| Frank Horvat Fotografia Entre vues : Frank Horvat - Edouard Boubat |
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